C'eravamo tanto scopati.

C'è stato un tempo in cui scopavamo. E non dico fare l'amore, dico scopare.
Non come adesso che litighiamo e ci lanciamo la merda e non scopiamo più.  A volte credo che scopare un po' ci farebbe bene, a me e a te, come quando il mese scorso abbiamo scopato dopo un anno e due mesi. E per un po' siamo andati d'accordo, cioè forse mi spiego male, non è che facevamo grandi discorsi il mese scorso, io e te non parliamo quasi mai o poco, ma c'era ancora il sapore e il sudore e l'odore e i baci ancora freschi sulle labbra nostre che non erano già avvizziti, e tutto questo è durato una settimana. E ogni volta che parlavamo, da vicino o al telefono, risaliva come la marea il ricordo di questa scopata. Ora io non so se risaliva anche a te, ma a me così succedeva.
C'è stato un tempo in cui scopavamo ed era primavera e poi estate, e si sudava ricordo, faceva caldo e le cicale frinivano tra gli alberi sospesi al quarto piano e sospesi anche noi prima di sapere cosa ci sarebbe accaduto, tra le cicche di sigarette spente e il televisore che parlava da solo. Ed io tornavo a casa e scrivevo, leggevo Breton e Roland Barthes, e mi sentivo speciale e mi sentivo creativa e scattavo foto e ci riuscivo, e quello che scattavo era esattamente come l'avevo osservato. E tutto coincideva, avevo tutti i pezzi e li mettevo assieme senza sapere quale immagine ne sarebbe uscita fuori.
C'è stato un tempo in cui scopavamo, e non dico fare l'amore perché l'amore presuppone altre cose, tipo la reciprocità, il rispetto, la fatica, il sopportarsi, il bene, la stima, anni passati assieme, la condivisione e poi il sesso.  
Noi scopavamo perché eravamo soli e avevamo bisogno di compagnia e io avevo bisogno di qualcosa da scrivere, ricordare e fotografare nei miei fantasiosi e malinconici giorni ai bordi di un'estate sospesa prima che tutto davvero accadesse. E tu? Tu di cosa avevi bisogno?
C'è stato un tempo che i pappagalli volavano tra i rami di villa Aldobrandini e mi chiedevo da dove venissero e chi l'avesse lasciati liberi, come se i pappagalli avessero senso solo in una gabbia. Ecco io credo una cosa fermamente.
Noi scopavamo e basta. Non ci siamo amati, io amato me stessa e quello che ero diventata grazie a te, amavo quello che scrivevo e la macchina fotografica che mi avevi lasciato. Ho amato il letto in cui abbiamo scopato e le panchine dove ci siamo seduti e baciati,  ho amato trastevere e i suoi vicoli sudati di un'estate malinconica, ho amato La Camera Chiara e sottolineavo le frasi che mi piacevano per parlatene ma poi scopavamo e non te ne parlavo mai. Ti dissi solo che ogni foto è un lutto e tu lo stavi già diventando nell'unica foto che t'avevo scattato. Tutto stava finendo.
Ecco io credo fermamente in una cosa: noi ci siamo amati un solo, unico, giorno, quel giorno in cui i pappagalli volavano liberi tra i rami degli alberi di Villa Aldobrandini. Poi siamo finiti in gabbia, in due gabbie, separati.
Oggi non ci vediamo più a villa Aldobrandini e i pappagalli volano ma altrove.
La bella stagione è finita, leggo poco e non riesco a compiacermi abbastanza di quello che fotografo. Oggi il tempo è più veloce di me e ho perso qualche pezzo di quel grande puzzle che stavo componendo.
Noi due non esistiamo e oggi non scopiamo più.









ascoltavo il rumore che faceva l'amore

Ti guardo le mani mentre guidi. 'Arriva troppo vento?' Rispondo di no. Mi arrivi solo tu. 

Vi siete mai poggiati la mano sul cuore mentre siete accanto alla persona che amate?
Io l'ho fatto. Sotto l'ombrellone. Faceva caldo e non tirava un filo di vento, c'era il chiacchiericcio della gente e noi due sdraiati vicinissimo. Ho poggiato la mano sul petto. 
Ho sentito il mio cuore che aveva leggermente il battito accelerato. 

Ho sentito come fa il mio cuore quando ti sono accanto e mi ha sorpresa. 

Non sentivo più nulla, solo quel battito, ed è come se avessi avuto per la prima volta la certezza di amarti, come se avessi preso coscienza di quello che provochi al mio corpo, al cuore, al mio sangue, alla mia pelle, agli occhi, al cervello. Ero viva.

Come se stessi ascoltando il rumore che fa l'amore mio per te.

Ti guardo le mani mentre guidi. Ti guardo le mani sempre, da sempre. Sono due anni che le ammiro, il mio baluardo in questo mondo che sento scorrere più veloce di me. Le guardo e prendo tempo.

Chiedermi se anche tu hai voglia di baciarmi tanta quanta ne ho io di baciare te. Domandarmi quando ci baceremo ancora. Domandarmi cosa siamo quando siamo noi due da soli nel mio letto o quando siamo tutti e tre assieme. Non lo so cosa siamo. Prendo le cose così come vengono ora perché è giusto fare così.

Non c'è rimedio a certe cose e qualcuna non si aggiusta, alcune non si dimenticano, certe non si perdonano, ma le porti tutte nello stesso posto, il cuore.

Ho appoggiato la mano sul cuore era pesante ma vivo, ascoltavo il rumore che faceva l'amore.

a malapena

Uno dei primi rullini, c'erano le foto che mi scattasti tu quando ti portai quella vecchia Canon. me lo ricordo quel giorno, è scritto qua.
Finalmente ho comprato lo scanner per le pellicole perché svilupparli costa troppo.
E ci siamo trovati a parlare di foto come due anni fa, noi due che non ci baciamo più, non ci tocchiamo più. Mi hai detto che ho fatto un buon lavoro, mi hai chiesto se voglio tornare al mare domenica io te e la nostra bambina. Non ho fatto altro che tentare di guardarti domenica scorsa, è cosi difficile guardarti, perché mi piaci, è semplice, mi piaci sempre come allora, come quando t'ho conosciuto.
Ed ecco che risbuca fuori questo rullino per ricordarmi tutta la storia di me e di te.
Non sono triste adesso, a volte ti odio, mi serve per sopravvivere.
Qui tutto mi parla di te.
A malapena riesco ancora a raccontarlo.




Drink!